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martedì, 17 gennaio 2017
Articolo di: giovedì, 15 dicembre 2016, 3:03 p.

«Felicità è accettare le nostre stranezze»

Fabio Genovesi racconta la genesi del suo romanzo “Chi manda le onde”

“Tutte le cose finite in mare da quando è cominciato il mondo, da quando c’erano i dinosauri fino a stamattina, nate nell’acqua o cadute dalle barche o strappate alla terra dai fiumi in piena, stanno sul fondo a ballare di qua e di là, ma una volta ogni tanto qualcuna prende una corrente, si aggrappa all’onda giusta ed ecco che arriva qui sulla sabbia, pronta a stupirmi».

Se le rigira tra le manine bianche quelle cose, Luna. Le più belle riempiono le sue tasche e finiscono dritte a casa sua. Che siano conchiglie, uno spazzolino da denti, una ciabatta a forma di cane o teste di bambole, ogni cosa - pur stramba appaia - ha la sua storia, e questo a lei interessa. Tutte queste cose sono i doni che, ogni giorno, le spinge davanti il mare. Oggetti che i più scartano, che la cresta delle onde sparpaglia. E che tanto somigliano a quella scompigliata combriccola, davvero strana, della quale lei - Luna, una 13enne albina - fa parte. Tra l’acqua che preme sulla battigia della Versilia e le Alpi Apuane.

L’evento. Se non ci fosse stata Luna, non ci sarebbe stato “Chi manda le onde” (Mondadori). Il romanzo, insignito del “Premio Strega Giovani 2015”, che il suo autore, Fabio Genovesi, ha pubblicato l’anno scorso e che lo stesso Genovesi presenterà al pubblico biellese oggi, giovedì, alle ore 18, alla libreria Giovannacci. A raccontare di Luna, della sua essenzialità per la storia che è diventata romanzo, è lui stesso. Che a “Eco di Biella” svela: «Ho scritto di Luna alla prima persona, come sempre faccio per il personaggio di cui sento la voce nella testa. Ero preoccupato all’inizio, perché non c’era niente di più lontano da me di Luna, ma ho tentato l’esperimento. Se non fossi riuscito a esprimerla non avrei proseguito. Ma non è stato così, ho visto che ci riuscivo. Così, in questo libro, lascio che lei cammini e che mi mostri il suo mondo».  È fatto così, Fabio Genovesi. Di se stesso confessa, ironico, che ama le “complicazioni”. Perché i suoi sono romanzi corali, innanzitutto - «La vita non ha mai un solo protagonista, mi piace dare a tutti la stessa importanza, come capita nella nostra vita: le cose attorno a noi sono fondamentali» - e poi prende corpo dall’intreccio di una narrazione tripla: c’è la prima persona, Luna. C’è la seconda persona, sua madre Serena, bellissima e triste, convinta di non essere fatta per l’amore. «La seconda persona è sempre dedicata a una donna. Sono nato in mezzo alle donne, da piccolo nel salone da parrucchiera di mia madre e mia zia le ascoltavo ma non le capivo molto, forse nemmeno oggi. Però una cosa era chiara: quelle che valgono di più, le più appassionate, le più complete, sono quelle che si auto-limitano». Poi, viene la terza persona: quella per tutti gli altri personaggi. Che sono il fratello surfista Luca, Zot di Chernobyl, il prof immaturo Sandro, il bagnino Ferro, Rambo che cerca tesori con il metaldetector. «L’unico peccato è quello di vergognarsi delle proprie stranezze», tira le fila Genovesi. «Perché delle proprie stranezze bisogna essere felici». Davanti a loro, il mare: «Il mare è un papà, che dà sempre lezioni di vita: ti protegge e poi ti insegna a schiaffi». E, poi, ti punta sui piedi con quelle “cose”... E sembra accarezzi.

Giovanna Boglietti   

Articolo di: giovedì, 15 dicembre 2016, 3:03 p.
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