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venerdì, 21 luglio 2017
Articolo di: venerdì, 19 maggio 2017, 10:02 m.

I Medici, una saga degna di Sandokan

Parla lo scrittore Matteo Strukul, finalista al “Premio Bancarella 2017”

BIELLA - “Alzò gli occhi al cielo. Pareva polvere di lapislazzuli”. È così che Matteo Strukul comincia quella che tutti conoscono come la trilogia “I Medici”, saga che racconta ascesa e governo della famiglia più potente del Rinascimento. Una storia verso l’alto, come gli occhi di Cosimo de’ Medici persi nell’ammirazione dei lavori alla cupola di Santa Maria del Fiore, a Firenze, sfida creativa di Filippo Brunelleschi. Era il 1429. Allo stesso modo, di sfida si è trattata anche per Matteo Strukul, una scommessa vinta che vede lo scrittore padovano nella sestina finalista del “Premio Bancarella 2017”, la cui attribuzione è prevista per il prossimo luglio.

Cosimo il Vecchio, Lorenzo il Magnifico, Caterina de’ Medici. Queste le tre figure cardine della trilogia, che hanno accompagnato la visita di Matteo Strukul a Biella, ospite della libreria Giovannacci per un incontro pubblico che si è svolto ieri pomeriggio. L’autore, nota firma del thriller creatrice di Mila Zago, è approdato al romanzo storico, lavorando alla saga per tre anni e mezzo. E sul genere “romanzo storico” intende restare. Qui, spiega a “Eco di Biella” il perché.

Questa trilogia non sarebbe esistita senza la Newton Compton Editori, è vero?

«Sì, prima della trilogia avevo già pubblicato sei romanzi, ma mi sarebbe piaciuto lavorare con la Newton Compton, che sentivo affine. Soprattutto per via dei romanzi di Salgari (ndr. uno per tutti, Sandokan), che leggevo da bambino e che mi comprava mio papà, per la collana Newton Ragazzi. E che continuai con un altro autore come Dumas. Considerando questa trilogia e saga dedicata ai Medici, legata al feuilleton e al romanzo di avventura e avendo questi autori come modelli, era inevitabile pensare a Newton Compton, che tra l’altro prima aveva pubblicato oltre venticinque saggi sulla dinastia fiorentina».

Una saga che copre qualcosa come trecento anni e umanizza i grandi “intoccabili” della Storia. L’hanno aiutata Machiavelli e Guicciardini. Ma che sfida è stata?

«Prima di tutto, una sfida che contava grosso modo 1.200 pagine, una sfida epica, dunque; poi c’era la sfida di provare a raccontare personaggi - e qui direi sfida quasi suicida - come Lorenzo il Magnifico, Caterina de’ Medici e Leonardo da Vinci, figure storiche come fece Dumas con i Valois e i Borgia. Ma era bizzarro il fatto che la dinastia dei Medici non fosse mai stata raccontata prima, o meglio paradossalmente i più rappresentativi della famiglia. E quando lo fai capisci perché non l’ha fatto nessuno (ndr. scherza), tanto che il secondo libro su Lorenzo il Magnifico e Leonardo non ero sicuro funzionasse, l’ho riscritto in molte parti. La sfida consisteva nello stare attento a mantenerne l’integrità, trasfigurarli e non cambiarli. Così per Brunelleschi, nel primo libro, e Nostradamus, nel terzo. Ho giocato con dei binomi: un tratto mediceo e il contraltare artistico o di un astrologo, per avere il potere e la razionalità e la capacità di gestione encomiabili, sempre rispondendo alle logiche di potere, corruzione e manipolazione ma anche di incentivo ad arte e bellezza, e dall’altra parte comunque qualcuno che, quelle regole, le sovvertisse con la libertà propria dell’arte o della scienza intesa come medicina e astrologia».

E qual è il personaggio al quale è più interessato?

«Cosimo nasce banchiere e uomo politico e mantiene una linea celata, attenta a non esporsi, era un cripto-signore che restava dietro le quinte. Lorenzo è una rockstar ante-litteram, è molto giovane, viene costretto a sposare chi non vuole, diventa signore di Firenze quando non ne aveva voglia, quindi è un abile politico di grandi pulsioni, diverso dal nonno. Caterina è il personaggio che ho amato di più, è stata osteggiata e maltrattata dalla storiografia francese, rifiutata e con la sfortuna di non essere particolarmente bella. L’ho dipinta come una donna molto innamorata, molto sola e sconfitta dalla Storia, lei che è conosciuta come la “regina maledetta” cerca di salvare il marito e i figli non riuscendoci, è una madre e moglie che aveva bisogno anche di “affetto letterario”».

Resterà sul genere “romanzo storico”? Non è una scelta gettonata, in Italia…

«È paradossale, ma in effetti non sono molti gli autori che scrivono romanzi storici in Italia, al di là di Umberto Eco e Sebastiano Vassalli che non ci sono più, direi Valerio Massimo Manfredi e Marcello Simoni. E poi c’è questa mia saga che ha avuto successo: c’è bisogno di raccontare la bellezza e l’arte italiane. I Medici ci hanno insegnato che la cultura e, oggi, il turismo potrebbero essere un motore economico e finanziario devastante. Ho la sensazione che, per bizzarra cultura dell’oblio, questo Paese non ricordi la propria identità, che ci viene invece invidiata da tutto il mondo».

Ha nuovi lavori in serbo?

«Resterò sul romanzo storico, come detto, e uscirà un altro titolo per Newton Compton, sarà qualcosa di non lontano da queste atmosfere ma non posso dire di più. Posso dire di più, invece, su un romanzo che uscirà a inizio 2018 per Mondadori e racconterà di Giacomo Casanova e del barocco veneziano, è ambientato nel 1755, nella Venezia di Goldoni e di Tiepolo, un altro periodo strepitoso e più vicino a me, essendo io veneto. Che Casanova sarà? Beh, Casanova è visto come un misogino, la mia idea è quello di calarlo in atmosfere più romantiche e cupe, sarà appassionato e probabilmente conoscerà l’amore, e poi ci saranno l’evasione dalle carceri dei Piombi, spade e duelli. Insomma, una Venezia decadente e una figura a tutto tondo».

Giovanna Boglietti

Articolo di: venerdì, 19 maggio 2017, 10:02 m.
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