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giovedì, 23 novembre 2017
Articolo di: mercoledì, 19 aprile 2017, 8:53 p.

Il Caucaso più vero rivive in Georgia grazie a Vittorio Sella

In viaggio tra le immagini

MESTIA (GEORGIA) - Biella non ci ha mai pensato. O se l’ha pensato, non l’ha fatto. Nessun altro luogo d’Italia, né delle Alpi, ha mai avuto la stessa idea. Per trovare una località che, tra le sue declinazioni toponomastiche, abbia scelto di riservare un posto all’autore di quelle che ancora oggi sono considerate «le più belle foto di montagna mai realizzate», è in Georgia che bisogna andare. Mestia. Regione dello Svaneti, cuore del Caucaso. E’ qui, tra le torri medievali Svan, costruite tra il IX e il XII secolo e valse alla regione la tutela dell’Unesco, che un semisterrato di montagna - lo stesso in cui prende vita l’organizzazione non governativa Svaneti Tourism Center, finalizzata allo sviluppo turistico della zona, anche in ragione delle sue grandi potenzialità montane - prende il nome di Vittorio Sella street.

Quello che Vittorio Sella, nato a Biella nel 1859 da Giuseppe Venanzio e Clementina Mosca Riatel, nipote di Quintino, un secolo e mezzo fa ha saputo lasciare nell’anima di quei luoghi selvaggi e lontani, misteriosi quanto densi di storia, è un ricordo marchiato a caldo. Tre viaggi, tre spedizioni nel midollo più severo del Caucaso, nel 1889, nel 1890 e nel 1896, a raccontare momenti di vita, volti, architetture, montagne. Luoghi esotici, ma non inarrivabili per il biellese che dell’esplorazione, e dell’alpinismo, aveva fatto una ragione di vita. E che quello stesso amore aveva saputo arricchire di arte grazie alla fotografia, diventata nelle sue mani strumento documentario dalla forza inarrivabile, grazie all’uso di quelle famose lastre di formato 30 x 40, trasportate grazie a speciali equipaggiamenti anche nei luoghi più impervi del mondo. Vittorio Sella a Mestia è qualcosa in più di un semplice pezzo di passato. E’ presente vivo e battente. Un amico. Tanto che oggi, nello Svaneti Museum che, proprio a Mestia, della regione racconta ogni frammento di storia, tra opere d’arte e reperti archeologici, un’intera sala è dedicata in modo permanente alle indimenticabili opere realizzate da Sella proprio nel corso dei suoi viaggi. Ospitate dal centro espositivo nel 2014, in un evento allestito grazie alla collaborazione con il National Geographic, le fotografie hanno poi preso posto nel museo come parte integrante dell’allestimento. E non è forse un caso che le guide interne indirizzino i visitatori, come prima tappa, proprio lì. Dove gli scatti immortalano scene di vita ormai perduta. Villaggi di pietra e montagne tra le nubi, uomini in costume tradizionale, donne e ragazze dallo sguardo delicato ma dal fisico possente, secondo la leggenda locale per cui le mogli venivano scelte in base al peso del carico che erano in grado di trasportare sulle spalle. Un mondo a sè, insomma. Fatto di un idioma proprio e di proprie tradizioni. Uno squarcio di realtà davanti al quale Vittorio Sella non aveva saputo evitare di cedere. Da esploratore. Da montanaro. Da fotografo.

E se è vero, come è vero, che le immagini di Sella nel tempo sono diventate di Mestia - oggi sempre più ambita meta per il turismo montano, estivo ed invernale - un vero e proprio patrimonio personale, quasi una questione di cuore, pare altrettanto vero - ma questo lo dicono le voci - che in paese siano molte le famiglie ancora in possesso di scatti del grande alpinista biellese, eredità di avi che hanno accompagnato l’esploratore nelle sue spedizioni sulle montagne o che ebbero la fortuna di incontrarlo.

Biella. Luogo lontano ma non così sconosciuto, per le anime dello Svaneti. I pannelli del museo ne parlano. Chiunque passi di lì legge quanto racconta la biografia di Sella. E Biella, a suo modo, anche qui diventa protagonista. Ma è l’arte delle inquadrature, al netto di ogni corollario provincialista, a rappresentare la vera protagonista della mostra. Immagini che, come disse Ansel Adams davanti ad alcuni scatti dell’esploratore biellese, ispirano “un senso di meraviglia di tipo religioso”. E che ancora oggi raccontano la bellezza di una Georgia cambiata negli stili di vita, nelle abitudini, ma non nelle forme essenziali. A dimostrazione della caparbietà di un mondo che, dalle sue torri difensive, ha a lungo osservato il mondo progredire. Ma nel profondo ha mantenuto sempre la stessa anima.

Veronica Balocco

Articolo di: mercoledì, 19 aprile 2017, 8:53 p.
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