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venerdì, 21 luglio 2017
Articolo di: domenica, 19 marzo 2017, 9:14 m.

Vittorio Capellaro, quel mongrandese cineasta brasileiro

Memorie della nostra terra

Stando al figlio Jorge Capellaro, il padre Vittorio, per avere una credibile pelle scura, si spalmava una mistura di lardo e polvere di colore “Terra di Siena”. Ma quell’impiastro, sul set, rendeva le riprese un vero tormento. Purtroppo quella era l’unica possibilità per un bianco di interpretare una parte da indio o da schiavo. Naturalmente nel Brasile del primo Novecento era del tutto fuori discussione che la parte di protagonista (o qualsiasi altro ruolo che non fosse l’ultima delle comparse) fosse affidata a un “negro” vero e proprio. Quindi i caucasici si dovevano sottoporre al supplizio di cui sopra. Che cosa non si arriva a fare per amore dell’arte in genere e, in particolare, della settima? I cineasti di rango, i cultori delle pellicole girate da registi indipendenti del Bhutan e sottotitolate in urdu, riproposte in sale d’essai per pubblici così scelti da non superare mai la mezza dozzina di paganti, non avranno alcuna difficoltà a riconoscere in Vittorio Capellaro (o Cappellaro) uno dei pionieri e dei maestri indiscussi della (non proprio da blockbuster) cinematografia brasiliana. Le generalità del suddetto lasciano ben pochi dubbi sulle sue origini biellesi ed è per il grande pubblico, quello che non nutre il proprio senso estetico con cortometraggi così di nicchia da far passare Nanni Moretti per il James Cameron de noantri, che si richiama la bella vita e la brutta morte del nostro conterraneo. 
Eusebio Vittorio Giovanni Battista Capellaro nacque a Mongrando il 21 ottobre 1877. Rimasto orfano molto presto, crebbe nei miti del Risorgimento nazionale al seguito di uno zio che si guadagnava da vivere con il commercio di tessuti tra Piemonte, Francia e Algeria. Di certo quegli spostamenti abituarono il piccolo Vittorio a genti e lingue diverse da quelle piemontesi. Altre notizie lo attestano ormai ragazzo a Torino dove si era avvicinato al teatro grazie ai sacerdoti salesiani. Nel Collegio di don Bosco stava imparando i segreti della meccanica di precisione e dell’orologeria, ma le sue migliori doti erano il bel canto e un vero talento per le imitazioni. Non è chiaro come sia nato l’amore per la recitazione e per il palcoscenico, ma dovette trattarsi di una passione bruciante e totale perché poco più che ventenne era già al fianco di artisti del calibro di Ermete Zacconi (con cui sperimentò i primi ruoli tragici in opere di Dumas figlio e di Ibsen), di Tina Di Lorenzo e persino della Duse. Il giovane attore, che probabilmente si occupava anche della sceneggiatura e degli aspetti tecnici delle rappresentazioni, conobbe il Brasile durante le tournée delle due attrici nel 1907 e nel 1912, ma fu solo nel 1915 che vi si stabilì definitivamente dopo aver seguito Alberto Capozzi, uno dei primi divi del cinema muto italiano. Al fianco del ligure Capozzi, il mongrandese aveva scoperto già in Italia il cinematografo (il suo debutto lo vide come partner di una star di allora, Francesca Bertini) e decise di scommettere sulle sue potenzialità in un paese immenso, ma arretrato, come il Brasile del presidente Venceslau Brás Pereira Gomes. Dichiaratosi neutrale fin dal 1914, il gigante carioca non era impegnato nella Grande Guerra, ma nel suo interno andavano via via scoppiando rivolte e sommosse provocate da ingiustizia sociale e povertà diffuse. Nelle città più importanti, come Rio de Janeiro o San Paolo, la miseria era forse meno avvertita, ma le campagne e le foreste subivano gli effetti del calo delle esportazioni di caffè e di lattice da gomma. In ogni caso il Brasile, proprio per la sua non belligeranza, era un buon posto per attendere gli eventi lontano dai campi di battaglia. 
In quel contesto, al riparo della numerosa e ricca comunità italiana di San Paolo, iniziò una carriera ventennale destinata a lasciare il segno non solo nella storia del cinema brasiliano, ma anche in tutta la cultura del più esteso degli stati sudamericani. La cinematografia di Vittorio Capellaro cominciò già nel 1915 dietro la cinepresa di un filmato pubblicitario dal titolo “L’ultimo effetto benefico di Radium” nel quale erano impegnati come attori alcuni membri della compagnia Capozzi. La pellicola esaltava le caratteristiche di un detersivo, il “Sapólio Radium”, ancora oggi in commercio in Brasile. L’anno successivo per l’esordiente Vittorio Capellaro si presentò l’occasione di misurarsi con un altro tipo di cinematografia, quella documentaristica. Il filmato fu realizzato all’interno del prestigioso Istituto Butantan, un centro bio-medico in cui si utilizzava il veleno dei serpenti per ottenere l’antidoto contro il loro morso. In quel periodo girò anche un altro documentario, tutto incentrato sulla produzione del caffè. Ma il vero amore del mongrandese erano i drammoni di stampo romanzesco, quelli che aveva letto da ragazzino e che aveva interpretato in Italia e in Europa. La letteratura brasiliana dell’Ottocento non mancava di spunti e già nel 1916 Vittorio Capellaro si rivolse ad Antonio Campos, uno dei migliori direttori della fotografia attivi a San Paolo, per avviare le riprese della versione cinematografica di “Innocenza”, opera di Alfredo Maria Adriano d’Escragnolle Taunay del 1872. Era un classico romanzo sentimentale con una bella fanciulla protagonista, per l’appunto la Innocenza del titolo. Il libro (come il film) ha un finale tragico con l’amato dalla giovane, Cirino, morto ammazzato, e lei di conseguenza, uccisa dal dolore. Il Capellaro, regista e coproduttore, ebbe anche una parte nel “filme”, ma di certo non quella dello sfortunato ragazzo visto che allora aveva già 39 anni. “Inocência” arriva nelle sale nel 1917. Nello stesso anno Vittorio Capellaro lavora a un altro film, “Il Guarany”, ispirato anche questa volta da uno dei grandi romanzi brasiliani del XIX secolo. Il libro, che aveva già avuto una versione teatrale e una prima trasposizione cinematografica, era stato scritto da José Martiniano de Alencar nel 1857. La storia era quella dell’indio Peri (cioè Vittorio Capellaro “scurito” da lardo e tintura) e della bella Cecilia, amanti disperati travolti dagli eventi e da un fiume in piena. I due, dopo che il buon selvaggio, un po’ Mowgli e un po’ Tarzan, era stato opportunamente battezzato, si salvano come novelli Noé e consorte per una nuova vita al di là del dramma che li aveva privati della famiglia e della loro terra natia. 
Il film ebbe un grande successo, per nulla intaccato dalle incongruenze “somatiche” di fondo, e celebrò senza tante sottigliezze filologiche e sociologiche una sorta di epica autoctona tra telenovelas ante litteram e rispetto per i nativi, sebbene cristianizzati quanto basta. Sempre nel 1917 l’infaticabile Capellaro dirige, produce e interpreta (ancora una volta con spessi strati di coloranti sul viso) “Croce del Sud”, tratto dal romanzo “O Mulato” di Aluísio Azevedo edito nel 1881. Raimundo e Ana Rosa, mulatto lui, bianca lei, vivono un’intensa relazione fisica e sentimentale che li porta al matrimonio, va da sé avversato da tutti, tra pregiudizi razziali, anticlericalismo e vittoria del male sul bene. Finale tragico scontato e convenzioni sociali salvate. Il romanzo, schierato contro lo schiavismo, è considerato il manifesto brasileiro del Verismo e la scelta di Capellaro, che si affidò per la fotografia al lucchese Paolo Benedetti (anch’egli pioniere del cinema brasiliano), fu piuttosto coraggiosa. Il 26 ottobre 1917 anche il Brasile entrò in guerra contro gli Imperi centrali, così anche Vittorio Capellaro dovette rientrare in Italia per dare il suo contributo alla Patria. Dopo il 4 Novembre tornò in Brasile già sposato a Giorgina Nodari, attrice a sua volta, che interpretò il ruolo femminile nel film “Iracema”, girato nel 1919. “Iracema, la leggenda del Cereà” era un romanzo del già citato José Martiniano de Alencar del 1865 e raccontava in termini quasi mitologici l’origine della terra del Cereà come l’unione felice tra la Natura (la nativa Iracema, ossia l’America anagrammata), e la Civiltà portata nel primo Seicento dalla feconda colonizzazione portoghese (Martin, che aveva il volto del nostro Capellaro). Alla fotografia ancora l’esperto Benedetti che assisterà il regista anche nel 1920 per “O Garimpeiro”, storia di un giovane cercatore d’oro, Elias, che si affermerà grazie al duro lavoro. 
La sceneggiatura era stata ricavata dall’omonimo romanzo di Bernardo Guimarães del 1872 e non faceva mancare la solita storia d’amore dalla conclusione a tinte fosche, tra bellezze naturali e schiavitù da combattere (in Brasile era stata abolita solo nel 1888). Nel 1926 Capellaro girò addirittura il remake de “Il Guarany” dato che il film continuava a riscuotere un enorme successo di pubblico, tanto che la nuova produzione fu sostenuta anche dalla Paramount. La stessa Paramount partecipò ancora alla penultima avventura di Vittorio Capellaro (realizzata in collaborazione con Niraldo Ambra), quella del 1932 dal titolo “Il cercatore di diamanti.” Ancora una volta nel Seicento, l’eroe lascia la donna amata (interpretata da Corita Cunha) per inoltrarsi nell’entroterra brasiliano sulle tracce di una mappa del tesoro. Lei aveva sposato un altro, senza amarlo, ma forzata dai suoi genitori. Il clima da telenovelas aleggiava già anche sugli scenari da cappa e spada in salsa amazzonica. L’ultima fatica del cineasta mongrandese risale al 1935 e si intitola “Facendo Fita”, cioè “Facendo Nastro”, ossia pellicola. E’ un’opera assai diversa dalle altre e narra con autoironia le disavventure di due registi rivali impegnati a produrre un film. La vita di Vittorio Capellaro (che i suoi due figli hanno tramandato in un libro uscito nel 1986) si sarebbe potuta concludere bene, dopo tante emozioni vissute e regalate ai brasiliani che erano stati tutti suoi fan. Invece la sorte aveva in serbo per lui una fine assai più cruenta e tragica di quelle inscenate nei suoi film. Nel clima confuso e violento del Brasile del presidente Getúlio Vargas, dittatore nazionalista di piglio fascista, ma costretto a più miti consigli da Stati Uniti e Inghilterra, gli italiani nel 1942 divennero nemici anche se la comunità italiana era numerosa e potente. Non pochi dei nostri compatrioti subirono gli effetti della ipocrita posizione “anti-Asse” assunta da Vargas per compiacere gli Alleati. Durante l’ultimo triennio di guerra si verificarono atti di provocazione e di persecuzione ingiustificati. Tradito dal suo accento il sessantacinquenne Vittorio Capellaro fu arrestato ai primi di agosto del 1943 e, malgrado fosse un volto molto noto, fu picchiato brutalmente dalla polizia in una caserma di Rio de Janeiro dove viveva da anni. Morì a casa il 6 agosto 1943 a causa delle ferite riportate. Riposa in Brasile senza più essere tornato a Mongrando.Danilo Craveia

Articolo di: domenica, 19 marzo 2017, 9:14 m.
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